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Maledetta sensibilità (cronache semiserie di una empatica senza corazza)

Siamo tutti, chi più chi meno, sensibili. Alcuni, però, un po’ troppo. Io, modestamente, lo nacqui – direbbe il grande Totò.

Essere empatici è una dote: riesci ad aiutare gli altri perché ti metti nei loro panni. Ma è anche una croce – a volte un vero e proprio supplizio – perché capire gli altri significa anche sentire ciò che sentono. E se loro stanno male… indovina chi lo percepisce prima di tutti?

Mi è capitato più volte di svegliarmi o avvertire all’improvviso un dolore localizzato da qualche parte del corpo e pensare: “Questo non è mio”. E puntualmente scoprire che una persona a cui voglio bene, con cui sono particolarmente connessa, ha avuto un incidente o si è sentita male.

Credo sia perché l’empatia ti connette ad alcune persone con un filo invisibile, come una specie di wi-fi emozionale. Un po’ come l’entanglement quantistico: quel concetto complicatissimo secondo cui due particelle, anche se separate da chilometri, reagiscono nello stesso istante allo stesso stimolo.

Basti pensare anche alla connessione tra gemelli. O tra amiche dell’anima. O tra mamma e figlio.

La parte bella di tutto questo? Con gli anni impari a leggere dentro agli altri. A volte li capisci persino meglio di quanto loro capiscano sé stessi (spoiler: spesso questa cosa fa innervosire parecchio chi ti sta vicino.)

Il rovescio della medaglia? Rimani senza pelle. Senza difese. Senza corazze a protezione del dolore. E non parlo di dolore fisico, ma di quello che ti arriva direttamente dentro all’anima.

A volte una sola parola sbagliata, detta di fretta o con leggerezza, può fare davvero male a una persona sensibile. Tipo coltellata spirituale, con tanto di eco emotiva che poi ti tocca elaborare per giorni e giorni. Quindi, vi prego: se conoscete una persona particolarmente empatica, siate gentili. Sempre.
Non costa nulla – solo un briciolo di attenzione in più – e, credetemi, potrete svoltare la giornata di un inguaribile empatico.

P.S.: Lo sapevi?

Il termine empatia affonda le sue radici nel greco antico: “empátheia” significava “sentire dentro”. Ma il concetto moderno nasce alla fine dell’Ottocento, quando il filosofo tedesco Theodor Lipps coniò il termine “Einfühlung”, riferendosi alla nostra capacità di entrare emotivamente in un’opera d’arte.

Nel 1909 lo psicologo Edward Titchener tradusse “Einfühlung” in inglese come “empathy”… e da lì, l’empatia è arrivata anche nelle nostre vite.
In parole povere: non è solo un sentimento… è una parola viaggiatrice!

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